FORME DEL SENTIMENTO

Note di drammaturgia a cura di Monica Pavani
 

Ho scritto il libro per identificarmi con Micòl. I poeti si confessano sempre attraverso uno dei loro personaggi. Anzi: tutti i loro personaggi, se sono tanti, sono forme del loro sentimento. Micòl è come me. Non avrei potuto scrivere il romanzo di cui Micòl è la protagonista assoluta, se non fossi somigliato in qualche modo a lei.

Giorgio Bassani (1916-2000)


In quel grande affresco narrativo che è l’universo bassaniano de Il romanzo di Ferrara, Micòl non appare
solo quale protagonista de Il giardino dei Finzi-Contini, ma aleggia in tutta l’opera quale afflato poetico, sfuggente e pieno di verità, ironico e tragico come una divinità capricciosa che non può mai essere posseduta. Lo stesso Bassani, oltre a riconoscersi in lei con uno slancio simile al flaubertiano “Madame Bovary c’est moi!”, la incarica di riscattare un mondo destinato alla scomparsa. 
In un’intervista con Ferdinando Camon, Bassani definisce infatti i Finzi-Contini “frange di una borghesia decadente, moribonda, fra poco spazzata via. Io sto parlando di esseri destinati alla morte, in un mondo finito, mancante di generosità, mancante di chiarezza, mancante di sensibilità, mancante di amore: con l’unica eccezione di Micòl. Ed è per questo che a Micòl dedico il mio romanzo”.

Anticonformista sempre fedele a se stessa come lo stesso Bassani - dedito all’unica religione della libertà e critico anche nei confronti dei propri “corrazziali” (come li definisce l’autore) - Micòl è un angelo, ma della negazione, un angelo montaliano che si mantiene fedele al “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Fra l’Inferno e il Paradiso dell’esistenza, sceglie lo stadio purgatoriale in cui tutto resta possibile, e non può essere consumato. Non ancora. Non adesso. Per questo, la giovane “fille aux cheveux de lin” difende a spada tratta la silenziosa clausura dello scrivano Bartleby di Herman Melville, il quale, all’ingiustificato richiamo del dovere, oppone un cortese, e altrettanto ingiustificato, “preferirei di no”. Quanto più Micòl si nega, e tanto più Bassani la fa vivere sulla pagina. 
Il romanzo, al pari del protagonista, è tenuto in bilico sul labile equilibrio delle misteriose apparizioni e scomparse di lei in una lugubre e moribonda Venezia, così decadente da sembrare quasi un’immagine volutamente caricaturale - dove, guarda caso, Micòl si starebbe impegnando a concludere una tesi su Emily Dickinson, la sacerdotessa della poesia americana che, con versi febbricitanti e spezzati, afferma che non si dà Bellezza (né Verità) senza Morte.

Nessuno degli altri personaggi femminili dell’universo bassaniano possiede tutte le caratteristiche che rendono Micòl il simbolo del sentimento assoluto dell’autore. Clelia Trotti (alias Alda Costa), la maestra socialista protagonista del racconto “Gli ultimi giorni di Clelia Trotti” (nelle Cinque storie ferraresi) si oppone anch’essa al regime imperante ma in fondo resta fedele a un’ideologia morta, che non esiste più; Anna Repetto, la moglie del farmacista Pino Barilari nell’altra storia ferrarese “Una notte del ‘43” - che racconta la strage di undici civili avvenuta sulla spalletta del Castello il 15 novembre 1943 - emana tutta la vitalità e la forza d’attrazione di Micòl ma non ne trasmette la carica poetica, nostalgica; ci sono poi alcune figure femminili, apparentemente più ‘sbiadite’ rispetto a Micòl, come Lida Mantovani, nell’omonima storia ferrarese, che è un personaggio abbastanza passivo e - a detta dello stesso Bassani - quasi “inesistente” (amica e amante del signorino ebreo David, anch’esso altrettanto inesistente), e che risulta tuttavia fondamentale per dare realtà a una città intera, nella sua più pregnante esistenza. Lo stesso può dirsi di Gemma Brondi, figlia di contadini che sposerà l’ebreo Elia Corcos, che apre il racconto “La passeggiata prima di cena” e con il suo aspetto ‘comune e insignificante’ sullo sfondo della Prospettiva al termine di Corso Giovecca innesca un altro meraviglioso racconto dove entrano in gioco sogni rincorsi e disattesi, mentre la storia con la ‘S’ maiuscola intanto procede, anch’essa, per la sua strada. E se solitamente Bassani affida a figure maschili il ruolo di osservatori della città e della vita che la abita, è anche vero che la sorella di Gemma, Ausilia, appare come un occhio che guarda da fuori, che vive di riflesso, ma forse più nel profondo, accadimenti privati e mutamenti storici.

Se la tradizione ebrea ortodossa tendeva a vedere la presenza femminile come relegata in secondo piano, Bassani anticipa i tempi presentando personaggi di donne che si distinguono per il loro desiderio di libertà e indipendenza di pensiero, a prescindere dall’effettiva possibilità di concretizzarli nella realtà che si trovano a vivere. La galleria di figure femminili - in costante dialogo con quelle maschili - cui si intende dare voce è dunque espressione dell’universo bassaniano nel suo tentativo, assolutamente riuscito, di rappresentare la varietà di atteggiamenti con cui far fronte a un’epoca che - per quanto distante dal nostro presente - lo rispecchia molto da vicino. “Micòl e le altre” è dunque un gineceo di donne che, o si fa forte della propria separazione e del proprio isolamento, oppure li infrange per trovare una via di fuga a favore di una vita più piena.