Momenti di guerrilla reading

Momenti di guerrilla reading presso il Giardino delle Duchesse, anticipazione de L'Aleph alla Marfisa d'Este, con Stefano Detassis e Maura Pettorruso

Ad Autori a corte Marco Sgarbi legge l'incipit del Dottor Zivago di Boris Pasternak e La Casa di Asterione di Jorge Luis Borges (dal libro L'Aleph), entrambi pubblicati da Giorgio Bassani nella sezione I Classici Moderni della Biblioteca di letteratura. 

La voce di Borges

Ferrara Off e Musei Civici di Arte Antica presentano giovedì 14 luglio ore 21.00 Palazzina Marfisa d'Este - Corso della Giovecca 170, Ferrara L'ALEPH di Jorge Luis Borges con Stefano Detassis e Maura Pettorruso selezione dei racconti Chiara Tarabotti nell'ambito della Biblioteca itinerante di letteratura

Borges y yo de Jorge Luis Borges
Al otro, a Borges, es a quien le ocurren las cosas. Yo camino por Buenos Aires y me demoro, acaso ya mecánicamente, para mirar el arco de un zaguán y la puerta cancel; de Borges tengo noticias por el correo y veo su nombre en una terna de profesores o en un diccionario biográfico. Me gustan los relojes de arena, los mapas, la tipografía del siglo XVIII, las etimologías, el sabor del café y la prosa de Stevenson; el otro comparte esas preferencias, pero de un modo vanidoso que las convierte en atributos de un actor. Seria exagerado afirmar que nuestra relación es hostil; yo vivo, yo me dejo vivir, para que Borges pueda tramar su literatura y esa literatura me justifica. Nada me cuesta confesar que ha logrado ciertas páginas válidas, pero esas páginas no me pueden salvar, quizá porque lo bueno ya no es de nadie, ni siquiera del otro, sino del lenguaje o la tradición. Por lo demás, yo estoy destinado a perderme, definitivamente, y sólo algún instante de mi podrá sobrevivir en el otro. Poco a poco voy cediéndole todo, aunque me consta su perversa costumbre de falsear y magnificar. Spinoza entendió que todas las cosas quieren perseverar en su ser; la piedra eternamente quiere ser piedra y el tigre un tigre. Yo he de quedar en Borges, no en mí (si es que alguien soy), pero me reconozco menos en sus libros que en muchos otros o que en el laborioso rasgueo de una guitarra. Hace años yo traté de librarme de él y pasé de las mitologías del arrabal a los juegos con el tiempo y con lo infinito, pero esos juegos son de Borges ahora y tendré que idear otras cosas. Así mi vida es una fuga y todo lo pierdo y todo es del olvido, o del otro. No sé cuál de los dos escribe esta página.

Borges e io di Jorge Luis Borges
È l’altro, è Borges, quello a cui capitano le cose. Io vado in giro per Buenos Aires e mi fermo, forse oramai meccanicamente, per guardare l’arco di un atrio e la porta a vetri con la griglia; di Borges ho notizie dall’ufficio postale e vedo il suo nome in una terna di professori o in un dizionario biografico. Mi piacciono gli orologi a sabbia, i mappamondi, le stampe del diciottesimo secolo, le etimologie, il sapore del caffè e la prosa di Stevenson; l’altro condivide queste simpatie ma in un modo vanitoso che le trasforma negli attributi di un attore. Sarebbe esagerato affermare che i nostri rapporti siano ostili; io vivo, io mi lascio vivere, perché Borges possa tessere la sua letteratura e quella letteratura mi giustifica. Non mi costa nulla confessare che è riuscito ad ottenere certe pagine valide, ma quelle pagine non mi possono salvare, forse perché oramai il buono non è di nessuno, neppure dell’altro, ma del linguaggio e della tradizione. D’altronde io sono destinato a perdermi, definitivamente, e soltanto qualche momento di me potrà sopravvivere nell’altro. A poco a poco sto cedendogli tutto, per quanto mi sia evidente la sua perversa abitudine di falsificare e di magnificare. Spinoza capì che tutte le cose vogliono la propria conservazione; la pietra vuole essere eternamente pietra e la tigre una tigre. Io devo rimanere in Borges, non in me (ammesso che io sia qualcuno), ma mi riconosco meno nei suoi libri che in molti altri o nel laborioso arpeggiare di una chitarra. Alcuni anni or sono ho tentato di liberarmi di lui e sono passato dalle mitologie dei sobborghi ai giochi con il tempo e con l’infinito, ma quei giochi adesso sono di Borges e mi toccherà ideare qualche altra cosa. Così la mia vita è una fuga e perdo tutto e tutto è dell’oblio, o dell’altro. Non so quale dei due scrive questa pagina.

Il concatenarsi degli accordi

ALEXIS o il trattato della lotta vana di Marguerite Yourcenar con Elsa Bossi nell'ambito della BIBLIOTECA itinerante DI LETTERATURA

"Le parole tradiscono il pensiero, ma mi sembra che le parole scritte lo tradiscano ancor di più... Scrivere è una scelta perpetua tra mille espressioni, nessuna delle quali, avulsa dalle altre, mi soddisfa completamente. Eppure dovrei sapere che soltanto la musica permette il concatenarsi degli accordi... La musica non facilita i pensieri: facilita soltanto i sogni, e i sogni più indefiniti... La musica, questa gioia dei forti, è la consolazione dei deboli... La musica mi trasporta in un mondo in cui il dolore non smette di esistere, ma si allarga, si placa, diventa insieme più calmo e più profondo... Mi piace che il tempo ci porti, non che ci trascini... Il silenzio che segue agli accordi non ha nulla dei silenzi comuni; è un silenzio attento, è un silenzio vivente. Tante cose inaspettate si mormorano in noi grazie a quel silenzio, e non si sa mai cosa stia per dirci una musica che finisce..." da ALEXIS di Marguerite Yourcenar

Prime guerrillas in città

Letture di Carlo Cassola, Guido Cavani, Marguerite Yourcenar, Giovanni Testori e Antonio Delfini.

Alexis nel chiostro di Santo Spirito

Ferrara Off, Istituto di Storia Contemporanea e Italia Nostra presentano giovedì 7 luglio ore 19 Chiostro di Santo Spirito - vicolo Santo Spirito 11, Ferrara ALEXIS o il trattato della lotta vana di Marguerite Yourcenar con Elsa Bossi nell'ambito della Biblioteca itinerante di letteratura

"Questa lettera, amica mia, sarà lunghissima. Non mi piace troppo scrivere. Ho letto sovente che le parole tradiscono il pensiero, ma mi sembra che le parole scritte lo tradiscano ancor di più. Tu sai ciò che resta di un testo dopo due successive traduzioni. E poi, io non sono abile. Scrivere è una scelta perpetua tra mille espressioni, nessuna delle quali, avulsa dalle altre, mi soddisfa completamente. Eppure dovrei sapere che soltanto la musica permette il concatenarsi degli accordi. Una lettera, anche la più lunga, costringe a semplificare ciò che non avrebbe dovuto essere semplificato: si è sempre così poco chiari quando si tenta di essere esaurienti! Qui vorrei fare uno sforzo, non soltanto di sincerità, ma anche di esattezza; ce ne saranno cancellature in queste pagine; ce ne sono già. Ciò che ti chiedo (la sola cosa che ti possa chiedere ancora) è di non saltare alcuna di queste righe che mi saranno costate tanto. Se è difficile vivere, è ancora più difficile spiegare la propria vita".

Incipit di ALEXIS o il trattato della lotta vana di Marguerite Yourcenar

Primo spostamento in cargo bike

Preparativi prima dello spettacolo a Terraviva: arrivo in cargo bike, allestimento del palcoscenico, panche per il pubblico, zampironi contro le zanzare, i primi spettatori si siedono, il sole si oscura, le lampadine si accendono... e la storia di Zebio Còtal prende vita.

(foto di Silvia Dalle Molle)

Più che una lettura, uno spettacolo

Fotografie di scena scattate da Enrico Maria Bertani nella terza edizione del Festival della Fiaba, dove Zebio Còtal ha debuttato in forma di monologo, interpretato da Giulio Costa, adattamento del romanzo di Guido Cavani a cura di Margherita Mauro. 
Prossima replica: 30 giugno ore 21 presso TERRAVIVA in via dell'Erbe 29 a Ferrara, nell'ambito di BIBLIOTECA itinerante DI LETTERATURA 

Prove di Zebio Còtal

giovedì 30 giugno ore 21 TERRAVIVA via dell'Erbe 29, Ferrara ZEBIO CÒTAL di Guido Cavani adattamento Margherita Mauro con Giulio Costa nell'ambito di BIBLIOTECA itinerante DI LETTERATURA

Il campo di Zebio Còtal distava dalla casa un due­cento metri circa: era un lembo tondeggiante di terre­no incastrato fra i calanchi, che scendeva fino al fiume; così ripido che non si poteva ararlo coi buoi, ma biso­gnava dissodarlo a colpì di zappa. La terra era poca e le piogge ne portavano sempre via, nonostante che il contadino dalla parte della brughiera avesse sbar­rato il margine con un muro a secco di sassi. Le rocce in molti punti affioravano come le ossa sotto la pelle dei vecchi. Zebio lo seminava per tre quarti a grano e l’altro quarto lo coltivava a patate. Il grano ci veniva su a stento, disuguale; la pioggia lo spiantava, il vento lo pie­gava e lo torceva in tutti i sensi, il sole lo strinava, senza lasciarlo maturare. Anche le patate alli­gnavano alla meglio. Quella terraccia rossa, che quan­do pioveva diventava fango attaccaticcio e che quando si seccava diventava cemento, non permetteva alla pian­ta di radicare prima e di crescere poi. Il campo aveva un solo albero in cresta dove il terreno era più arido; un vecchio faggio contorto e rosicchiato dal vento, con tre rami in croce, su cui le foglie si contavano.

Zebio Còtal a Terraviva

ZEBIO CÒTAL di Guido Cavani adattamento Margherita Mauro con Giulio Costa

Zebio Còtal di Guido Cavani venne pubblicato all'interno della "Biblioteca di letteratura" di Feltrinelli diretta da Giorgio Bassani; nell'anno 1961 questo testo ebbe tre edizioni. Pier Paolo Pasolini nella prefazione scrisse: "Sono pronto a scommettere che figure come quella di Zebio, della vecchia moglie, della figlia, del bambino che muore e certe primavere, certe nevicate dell'Appennino, sono tra le cose più solide e durature della narrativa contemporanea (da porre forse accanto a quelle dei due 'outsiders', Silvio D'Arzo e il Lampedusa)."

Il ballo visto da Visconti

La celebre scena del film omonimo diretto da Luchino Visconti nel 1963, con Burt Lancaster, Alain Delon e Claudia Cardinale.

La coppia Angelica-Don Fabrizio fece una magnifica figura. Gli enormi piedi del Principe si muovevano con delicatezza sorprendente e mai le scarpette di raso della sua dama furono in pericolo di esser sfiorate; la zampaccia di lui le stringeva la vita con vigorosa fermezza; dalla scollatura di Angelica saliva un profumo di bouquet à la Maréchale, soprattutto un aroma di pelle giovane e liscia.
Ad ogni giro un anno gli cadeva giù dalle spalle; presto si ritrovò come a venti anni quando in questa sala stessa ballava con Stella, quando ignorava ancora cosa fossero le delusioni, il tedio, il resto. Per un attimo, quella notte, la morte fu di nuovo ai suoi occhi, “roba per gli altri.” Tanto assorto era nei suoi ricordi che combaciavano così bene con la sensazione presente che non si accorse che ad un certo punto Angelica e lui ballavano soli. Forse istigate da Tancredi le altre coppie avevano smesso e stavano a guardare.
Quando l’orchestrina tacque un applauso non scoppiò soltanto perché Don Fabrizio aveva l’aspetto troppo leonino perché si arrischiassero simili sconvenienze.

Maria Paiato prova la quarta puntata

Maria Paiato legge "Il Gattopardo" QUARTA E ULTIMA PUNTATA sabato 25 giugno ore 21.00 teatro Ferrara Off

La principessa Maria-Stella salì in carrozza, sedette sul raso azzurro dei cuscini, raccolse il più possibile attorno a sé le fruscianti pieghe della veste. Intanto Concetta e Carolina salivano anch’esse: sedevano di fronte e dai loro identici vestiti rosa si sprigionava un tenue profumo di violetta; dopo il peso spropositato di un piede che si poggiò sul montatoio fece vacillare la calèche sulle alte molle: Don Fabrizio saliva anche lui. La carrozza fu piena come un uovo: le onde delle sete, delle armature di tre crinoline montavano, si urtavano si confondevano sin quasi all’altezza delle teste; sotto era un fitto miscuglio di calzature, scarpini di seta delle ragazze, scarpette mordoré della Principessa, pantofoloni di pelle lucida del Principe; ciascuno pativa della presenza dei piedi altrui e non sapeva più dove fossero i propri. I due scalini del montatoio furono richiusi, il servitore ricevette gli ordini. “A palazzo Ponteleone.” Si andava al ballo. 

Sui campi da tennis di Bassani

"Un'identità culturale: Bassani tra lingua e dialetto" conversazione con Gianni Venturi Tennis Club Marfisa 24 giugno ore 18 nell'ambito della BIBLIOTECA itinerante DI LETTERATURA omaggio a Giorgio Bassani a cura di Ferrara Off

«Non ero tipo da esami di coscienza, allora. Ero un ragazzo dotato di un fisico eccellente (giocavo al tennis niente affatto male: ormai posso dirlo senza falsa modestia), e la vita, per me, era tutta da scoprire: qualcosa di aperto, di vasto, di invitante, che mi stava dinanzi; e a cui mi abbandonavo con impeto cieco, senza voglia, mai, di ripiegarmi su me stesso un momento solo. Durante l’estate del ’35, tuttavia, dopo quel primo anno di università, credo che un bilancio, più o meno consciamente lo avessi fatto. Che cosa volevo fare della mia vita? L’Artista, o lo Studioso? Se ripenso alle lezioni di Storia della letteratura italiana, alle quali, l’anno precedente, non ero mancato una sola volta; se ricordavo l’invincibile sopore che mi prendeva, ogni volta, negli assolati pomeriggi della passata primavera, ascoltando dal banco la voce sommessa e monotona del professore d’italiano, a cui, oltre tutto, non potevo perdonare di aver parlato male d’Ungaretti in un suo famigerato volume sulla letteratura del Novecento; se tornavo con la mente alla noia, al sopore, alla tetraggine di quelle ore (non restava per sopportarle, che guardar fuori dai finestroni verticali dell’aula, o concentrarsi a fissare qualche compagna): se consideravo tutto ciò, mi dicevo che la carriera dello Studioso, la carriera dello Storico della letteratura italiana, non poteva, assolutamente, essere per me. Ma l’Arte, d’altronde? L’università, cioè lo Studio, era la noia, la polvere, il tedio accademico. D’accordo. Ma l’Arte? L’Arte era Ungaretti, i versicoli dell’Allegria: qualche cosa di molto problematico, vago, e incantevole. Come la vita. Come il futuro che mi stava dinanzi. Come il tennis e gli amori… Si poteva, seriamente, fondare la propria vita su cose come queste?»
Giorgio Bassani

Singolari pruriti isolani

Maria Paiato legge "Il Gattopardo" TERZA PUNTATA sabato 18 giugno ore 21.00 teatro Ferrara Off

Chevalley di Monterzuolo cominciava a rassicurarsi nei riguardi della Sicilia rustica. Questo fu notato da Tancredi che venne subito assalito dal singolare prurito isolano di raccontare ai forestieri storie raccapriccianti, purtroppo sempre autentiche. Si passava davanti a un divertente palazzo con la facciata adorna di maldestri bugnati. “Questa, caro Chevalley, è la casa del barone Mutolo; adesso è vuota e chiusa perché la famiglia vive a Girgenti da quando il figlio del barone, dieci anni fa, è stato sequestrato dai briganti.” Il piemontese cominciava a fremere. “Poverino! chissà quanto ha dovuto pagare per liberarlo!” “No, non ha pagato nulla; si trovavano già in difficoltà finanziarie, privi di denaro contante come tutti qui. Ma il ragazzo è stato restituito lo stesso; a rate, però.” “Come, principe, cosa intende dire?” “A rate, dico bene, a rate; pezzo per pezzo. Prima è arrivato l’indice della mano destra. Dopo una settimana il piede sinistro ed infine in un bel paniere, sotto uno strato di fichi (si era in Agosto) la testa; aveva gli occhi sbarrati e del sangue rappreso all’angolo delle labbra. Io non l’ho visto, ero un bambino allora; ma mi hanno detto che lo spettacolo non era bello. Il paniere era stato lasciato su quel gradino lì, il secondo davanti la porta da una vecchia con uno scialle nero sulla testa: non la ha riconosciuta nessuno.”
Poco dopo, in cima a una stradetta ripida, attraverso i festoni multicolori delle mutande sciorinate, s’intravide una chiesuola ingenuamente barocca. “Quella è Santa Ninfa. Il parroco cinque anni fa è stato ucciso lì dentro mentre celebrava la messa.” “Che orrore! una fucilata in chiesa!” “Ma che fucilata, Chevalley! siamo troppo buoni cattolici per fare delle malcreanze simili. Hanno messo semplicemente del veleno nel vino della Comunione; è più discreto, più liturgico vorrei dire. Non si è mai saputo chi lo abbia fatto: il parroco era un’ottima persona e non aveva nemici.”
“Molto divertente, principe, davvero spassoso! Lei dovrebbe scrivere dei romanzi, racconta così bene queste frottole!” Ma la voce gli tremava. 

Maria Paiato legge "Il Gattopardo" TERZA PUNTATA

sabato 18 giugno ore 21.00 Teatro Ferrara Off viale Alfonso I d'Este 13 Ferrara

Terza puntata
Don Fabrizio e Don Calogero
Prima visita di Angelica
Arrivo di Tancredi e Cavriaghi
Arrivo di Angelica
Il ciclone amoroso
Un piemontese arriva a Donnafugata
Un giretto in paese
Chevalley e Don Fabrizio
Partenza all'alba

Maria Paiato prova la terza puntata

Maria Paiato prova la terza puntata IL GATTOPARDO sabato 18 giugno ore 21.00 teatro Ferrara Off

Un’abitudine nella quale si era riannidato Don Fabrizio ridiventato sereno era quella delle letture serali. In autunno, dopo il Rosario, poiché faceva troppo buio per uscire la famiglia si riuniva attorno al caminetto aspettando l’ora di pranzo, ed il Principe leggeva ai suoi, a puntate, un romanzo moderno; e sprizzava dignitosa benevolenza da ognuno dei propri pori.
Erano quelli, appunto, gli anni durante i quali, attraverso i romanzi si andavano formando quei miti letterari che ancor oggi dominano le menti europee; la Sicilia però, in parte per la sua tradizionale impermeabilità al nuovo, in parte per la diffusa misconoscenza di qualsiasi lingua, ignorava l’esistenza di Dickens, di Eliot, della Sand e di Flaubert, financo quella di Dumas. Il livello delle letture era quindi piuttosto basso, condizionato com’era dal rispetto per i pudori verginali delle ragazze, da quello per gli scrupoli religiosi della Principessa e dallo stesso senso di dignità del Principe che si sarebbe rifiutato a far udire delle “porcherie” ai suoi familiari riuniti.
Si era verso il dieci di Novembre ed anche alla fine del soggiorno a Donnafugata. Pioveva fitto, imperversava un maestrale che spingeva rabbiosi schiaffi di pioggia sulle finestre; lontano si udiva un rotolio di tuoni. Si leggeva “Angiola Maria” e quella sera si era giunti alle ultime pagine.
Ad un tratto si udì un gran tramestio nella stanza vicina e Mimì il cameriere entrò col fiato grosso: “Eccellenze” gridò dimenticando tutta la propria stilizzazione “Eccellenze! è arrivato il signorino Tancredi! È in cortile che fa scaricare i bagagli dal carrozzino. Bella Madre, Madonna mia, con questo tempo!” E fuggì via. 

Maria Paiato legge "Il Gattopardo" SECONDA PUNTATA

sabato 11 giugno ore 21.00 Teatro Ferrara Off viale Alfonso I d'Este 13 Ferrara

Seconda puntata
Viaggio per Donnafugata - la tappa
Arrivo a Donnafugata
In chiesa
Don Onofrio Rotolo
Conversazione nel bagno
Sorpresa prima del pranzo
Il pranzo e varie reazioni
Partenza per la caccia
Fastidi di Don Fabrizio
La lettera di Tancredi
La caccia e il Plebiscito
Don Ciccio Tumeo inveisce
Don Chisciotte e Sancio